L’illusione della conoscenza di Sloman e Fernbach

L’illusione della conoscenza di Sloman e Fernbach

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L’illusione della conoscenza di Sloman e Fernbach

Nel 1999 David Dunnig e Justin Kruger, psicologi alla Cornell University, mostrano sperimentalmente come chi è scarso in prove linguistiche, logiche, o di altro tipo, tenda a sovrastimare le sue capacità mentre ciò non capita ai migliori.

Dunning e Kruger si stupiscono non delle differenze di prestazioni, ma della sopravvalutazione delle proprie capacità soltanto da parte dei meno bravi. Purtroppo, le conoscenze richieste per fare bene una cosa sono le stesse necessarie per rendersi conto di non saperla fare.

Sloman e Fernbach chiamano questa illusione della conoscenza.

Steven Sloman e Philip Fernbach, uno scienziato cognitivo e uno studioso delle decisioni, dimostrano come non si tratta solo di vanagloria e vanterie. Le persone, anche in privato, sono sinceramente convinte di sapere di più di quanto non sappiano in realtà.

I due scienziati hanno svolto degli studi che dimostrano quanto siamo immersi in una sorta di inconscio artificiale: viviamo immersi in cose che non conosciamo. Celebre è l’esperimento della bicicletta, dove i soggetti invitati a completare alcuni disegni di biciclette incomplete o a descrivere il semplice funzionamento di una penna o dello sciacquone del bagno, non vi erano di fatto riusciti.

L’illusione della conoscenza è collegata all’abitudine a non pensare mai da soli. Fin dalle origini della nostra specie, da quando abbiamo imparato ad andare a caccia in gruppo, la selezione ha favorito il coordinamento reciproco delle menti.

Fin dalla antichità le società si sono costituite con la suddivisione del lavoro. Il cacciatore che si occupava di portare le prede a casa non si occupava di come raccogliere frutta, bacche e ortaggi.

Senza tale suddivisione dei compiti non saremmo riusciti a svilupparci e a crescere come società. La specializzazione dei compiti ha consentito ai gruppi di diventare più efficienti ed organizzati.

Questo deriva anche dal limite delle nostre capacità, del fatto che non possiamo fare tutto e sapere tutto. Solo che ci dimentichiamo che la suddivisione dei lavori serve a questo.

Un meccanismo benefico perché permette compiti sempre più complessi grazie alla divisione del lavoro.

Oggi però l’evoluzione delle tecnologie ha reso il confine tra le nostre menti e quelle degli altri, persino quelle delle macchine, sempre più labile. Supponiamo in buona fede di sapere qualcosa perché diamo per scontato, spesso inconsapevolmente, di essere in compagnia di altre intelligenze, naturali o artificiali, e di averle a nostra disposizione.

In una società come la nostra, dove sembra che si possa conoscere tutto, cadiamo con maggiore facilità in tali illusioni, nel credere di poter fare tutto da soli.

 

Bibliografia:

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