Welfare aziendale: quali priorità?

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Welfare aziendale: quali priorità?

Cari lettori, come alcuni di voi ricorderanno, nel post intitolato “Ma che cos’è questo welfare?”, ho scritto che nell’Italia contemporanea welfare aziendale e lavoro possono generare valore ed energie per il benessere della comunità nazionale e che questo risultato dipende da scelte basate sui fatti e non sulla desiderabilità sociale.

Ci serve, dicevo, un sistema che abbia i propri abilitatori in business case, key performance indicator, tecnologia digitale, partnership, piani di comunicazione, certificazione di qualità e sinergia con le altre forme di welfare (quello pubblico, ma anche tutte le altre forme private).

Per chi tra voi si interessa della materia o magari è professionalmente attivo in questo campo, affermazioni così possono suonare scontate e persino ovvie.

Effettivamente, per esempio, già da qualche anno sono disponibili vari tipi di indice imperniati su aspetti molto specifici quali il trattamento fiscale dei singoli dispositivi o gli ambiti produttivi o il benessere individuale oppure la creazione di valore. Se siete curiosi, li potete trovare facilmente in rete; qualche giorno fa ho googolato “indici di welfare” e in 0,48 secondi ho avuto circa 10.600.000 risultati (confesso di essermi fermato a pagina 1). Di solito, si tratta di costrutti robusti e ben funzionali al loro scopo, anche se piuttosto impegnativi da implementare.

Perciò, con questo post intendo proporvi un approccio semplice, ma utile per fare una consistente valutazione della vostra situazione e scegliere quali novità introdurre in un sistema aziendale già in essere oppure dismettere alcune attività di welfare che state già facendo o, magari, confermarvi che va bene così com’è.

Prima di procedere, però, vi ricordo che anche per il welfare aziendale vale che «…non è certo dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi hanno cura del proprio interesse. Non ci rivolgiamo alla loro umanità, ma al loro egoismo e con loro non parliamo mai delle nostre necessità, ma dei loro vantaggi»¹. Insomma, il manager che si occupa di welfare aziendale occorre che agisca, innanzitutto, in coerenza con lo scopo e gli obiettivi della sua organizzazione.

Veniamo, finalmente, al metodo che propongo: è intuitivo e vi permette da un lato di visualizzare gli effetti di ogni singolo dispositivo in funzione dei risultati che volete realizzare e dall’altro di progettare gli interventi senza defocalizzarvi dall’obiettivo che vi siete prefissato.

Quella che segue è una descrizione molto sintetica, chi fosse interessato ad approfondire può scrivermi a giovanniandrea.iapichino@digital4pro.com .

Ecco i passaggi da fare per allineare un determinato servizio di welfare a ciò che vogliamo ottenere da esso (matrice 1) e la correlazione tra gli effetti di un singolo dispositivo (matrice 2) verso lo sviluppo delle persone e il beneficio per l’organizzazione. La matrice 2 ha questi driver sul presupposto che il welfare aziendale per essere sostenibile deve concorrere all’incremento degli intangible asset.

I cluster, gli obiettivi e i servizi della matrice 1 come pure gli obiettivi, i driver e i servizi della matrice 2 sono stati indicati a titolo esemplificativo.

Matrice 1

Matrice 2

 

Queste matrici ci dicono che anche scegliere un servizio di welfare piuttosto che un altro è una decisione manageriale.

A proposito, ci avvisano anche che un sistema di welfare che sia buono per chi lo organizza e per chi ne beneficia non può consistere in una delega in bianco a una piattaforma digitale sulla quale spendere per esempio il proprio premio di produttività; ma al contrario si basa sulle specificità della comunità che anima un’organizzazione e se ne prende cura.

Quindi, torniamo alla questione della scelta. Come fanno i manager a scegliere?

Anche in questo caso occorrerà partire dalla conoscenza della realtà che si vuole trasformare (sui motivi della scelta abbiamo già letto prima).

Quindi, sarebbe meglio non investire in welfare solo per risparmiare costo del lavoro o perché va di moda un certo tipo di intervento o perché lo abbiamo letto da qualche parte o in base all’ultimo benchmark che ci è arrivato. È necessario, piuttosto, ascoltare le nostre persone, perché è per loro che faremo l’investimento e lo faremo per rendere più forte la nostra organizzazione.

Se ora pensate che sto preponendovi un questionario sui servizi da offrire, vi chiedo di sospendere le vostre riflessioni perché per impiantare o sviluppare un buon sistema di welfare non ci basta un’indagine sulle aspettative delle persone che lavorano con noi. Anzi, su temi così sensibili chiedere che cosa si vuole potrebbe ottenere solo risposte condizionate dalla desiderabilità sociale, anche nel caso di survey anonime.

Allora che possiamo fare?

Possiamo, per esempio, creare un percorso maieutico che fa raccontare ai destinatari delle nostre decisioni sul welfare aziendale come vivono, certamente assicurando il loro diritto alla riservatezza. In questo modo comporremo una grande narrazione corale, che ci consentirà di identificare le opportunità corrispondenti agli stili di vita registrati e su questa base scegliere i servizi più funzionali sia ai bisogni riconducibili alle risposte ricevute sia ai nostri obiettivi di produttività, per esempio, o di inclusione, per fare un altro esempio. Sì, anche questa alla fin fine è una survey, ma, ammettiamolo, meno esposta ai bias del momento.

Possiamo, anche, analizzare a che cosa le persone della nostra comunità si interessano sulla intranet aziendale e magari incrociare questo con quanto pubblicano sui social media comuni.

Possiamo, infine, rileggere tutti i dati che abbiamo sul rapporto di lavoro secondo la prospettiva di realizzare un sistema di welfare.

L’ascolto delle persone e l’impiego delle matrici ci supporteranno, quindi, nelle decisioni che prenderemo, ma nel momento della scelta sarà necessario tenere alta l’attenzione sulle ricadute delle nostre scelte. Questa è, infatti, la sfida del welfare aziendale rispetto al mero salario, perché pecunia non olet, ma erogare un servizio di welfare piuttosto che un altro comunica alla nostra comunità i valori cui diamo priorità.

Cari lettori, mi fermo perché non vorrei insistere troppo sulla necessità di avere un approccio strategico anche nel welfare aziendale, ma se siete interessati scrivetemi a giovanniandrea.iapichino@digital4pro.com .

Arrivederci al prossimo post.

 

¹Adam Smith, La ricchezza delle Nazioni cui abbiamo fatto riferimento anche per l’articolo La fabbrica di spilli di Adam Smith.

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